L’obbligo di microchip per i gatti? È una «scelta» di buonsenso

 Secondo il presidente di Enpa Milano, chi decide di convivere con un animale si deve assumere alcuni impegni. Il chip consente di ritrovarlo in caso di smarrimento

La Regione Lombardia ha stabilito l’obbligo di identificare da quest’anno anche i gatti con il microchip, come già avviene per i cani. Fino all’anno scorso l’identificazione e l’inserimento dei dati del proprietario di un gatto era possibile su base volontaria: l’anagrafe regionale degli animali d’affezione prevedeva comunque la possibilità di inserire in banca dati anche specie diverse dai cani, come gatti e furetti. Identificare i propri animali da compagnia è un gesto responsabile che andrebbe fatto al di là degli obblighi, per puro buonsenso: un animale identificato è facile da restituire, in caso di smarrimenti, fughe o altri eventi non prevedibili, senza nemmeno dover transitare per le strutture di ricovero. Qualsiasi veterinario potrà infatti verificare la presenza del chip, accedere alla banca dati regionale e mettersi in contatto con il proprietario per comunicargli il ritrovamento del suo animale. In modo semplice, veloce e efficace, consentendo un risparmio di tempo e di danaro e evitando al micio fuggitivo inutili disagi.

Tutti gli amanti degli animali dovrebbero vedere questa nuova norma come un passo avanti positivo messo in atto proprio per garantir loro una maggior tutela. Chi legge il nuovo obbligo in modo negativo dovrebbe considerare il fatto che essere custodi di un animale significa decidere di assumersi obblighi e responsabilità nei suoi confronti. Una scelta libera, d’amore e di rispetto, che non può prescindere dall’obbligo di essere consapevoli che questa decisione genera anche alcuni impegni, compensati abbondantemente dai piaceri del rapporto che un gatto regala.

 

 

 L'obbligo di microchip per i gatti? È una «scelta» di buonsenso